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Sindrome sistemica da aumentata permeabilità capillare
La sindrome sistemica da aumentata permeabilità capillare (SCLS) è una grave malattia sistemica da aumento della permeabilità capillare, con episodi di ipotensione, edema e ipovolemia.
ORPHA:188
Livello di Classificazione: Malattia
- Malattia di Clarkson
- SCLS
- Sindrome da aumentata permeabilità capillare
- Sindrome da iperpermeabilità capillare
- Sindrome idiopatica da aumentata permeabilità capillare
Prevalenza: <1 / 1 000 000
Trasmissione: Non applicabile
Età di esordio: Età adulta
È stata descritta in meno di 150 casi, dopo la sua prima descrizione nel 1960.
L'età media all'esordio è 45 anni. Sono rari i casi pediatrici e geriatrici. Caratteristica è l'alternanza di crisi e fasi di quiescenza, con un intervallo tra le crisi da poche settimane a diversi anni. Le crisi si osservano dopo infezioni, in genere delle vie aeree superiori, nel periodo perimestruale o dopo il parto e, più di rado, un intenso sforzo fisico. Durano giorni o settimane, hanno gravità variabile, dal grado 1 (ipotensione che risponde all'idratazione orale) al grado 4 (attacchi letali), ed evolvono in 3 fasi. Possono iniziare con prodromi, debolezza generalizzata, affaticamento, mialgie, ipotensione ortostatica, eventuali sintomi intestinali (diarrea, dolore addominale) e ENT (rinorrea, tosse), febbre occasionale e aumento di peso. Segue una fase da aumentata permeabilità (AP) con oliguria, ipotensione arteriosa e rapido sviluppo di edema al viso e agli arti superiori. Sono risparmiati i polmoni. L'ipotensione può portare a shock ipovolemico, con stato di coscienza conservato. Nella fase successiva ad AP, il riassorbimento massivo dell'edema comporta poliuria e perdita di peso. I segni biologici includono l'associazione tipica tra emoconcentrazione con ipoalbuminemia senza albuminuria, iperleucocitosi e calo della proiteinemia, nel range 350-750 kDa. Sono stati osservati casi cronici con edema generalizzato, versamenti viscerali, emoconcentrazione più sfumata e ipotensione. Le complicanze possono comparire nelle fasi acuta e successiva ad AP: nel primo caso, si caratterizzano per una sindrome compartimentale con rabdomiolisi, aritmie cardiache, trombosi, pancreatite, pericardite, convulsioni, edema cerebrale o miocardio ispessito. La rabdomiolisi e la pericardite fatale possono manifestarsi anche nella fase successiva ad AP, quando è più frequente il sovraccarico cardiovascolare. In questa fase, è stato osservato anche l'edema polmonare acuto letale. L'insufficienza renale può essere dovuta a necrosi tubulare indotta da ipoperfusione e a rabdomiolisi.
È causata da AP capillare a eziologia sconosciuta. Sono state considerate diverse ipotesi fisiopatologiche (meccanismo mediato dall'infiammazione o danno dell'endotelio capillare da gammopatia monoclonale).
La diagnosi si basa sull'esame fisico e biologico, sulla ricorrenza delle crisi e sull'associazione tra emoconcentrazione e ipoalbuminemia, segni fortemente suggestivi. La presenza della paraproteina, un'immunoglobulina monoclonale anomala, è suggestiva ma non diagnostica.
La diagnosi differenziale si pone con la sepsi, l'anafilassi, tutte le altre cause con AP capillare e interruzione della vena cava inferiore. Nei cronici possono essere sospettate diagnosi errate: sindrome nefrosica, di Gleich, stasi venosa, enteropatia con perdita di proteine.
Non è disponibile un trattamento risolutivo. La presa in carico è sintomatica e profilattica. Non si consiglia la somministrazione endovenosa di liquidi, in quanto non aumenta la pressione arteriosa, mentre peggiora l'edema. Nella fase successiva ad AP, c'è il rischio di un sovraccarico vascolare. I liquidi contenenti elettroliti ingeriti per os possono ridurre la gravità dell'attacco, se assunti precocemente; è perciò importante educare il paziente a riconoscere in tempo i segni prodromici. Gli agonisti beta-adrenergici (terbutalina) e gli inibitori della fosfodiesterasi (teofillina) si sono rivelati utili in alcuni casi, pur producendo gravi effetti collaterali; le immunoglobuline per via endovenosa sono una strategia profilattica promettente.
Malgrado i progressi nella diagnosi e nella presa in carico, che hanno prolungato la sopravvivenza, la prognosi rimane sfavorevole e la mortalità è del 30-40% dopo 10 anni.
Ultimo aggiornamento: novembre 2012 - Revisore(i) esperto(i): Pr Zahir AMOURA
: Prodotto/approvato da una ERN
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